Prefazione a cura di Pantaleone Sergi.

“Preaparato”, “ambizioso”, “rampante”. E ancora: “legale”, “etico”, “morale” e “responsabile”. La scelta e la successione degli aggettivi non appaiono per nulla casuali. Come non lo è l’utilizzo delle espressioni “voglia”, “grinta”, “rapidità di pensiero”, che si fronteggiano, venendo spesso sopraffatte e cancellate, con “burocrazia”, “ragnatela criminosa”, “corruzione”, “camorra”.

Al cuore di tutta questa struttura narrativa sta la “sovrana” immondizia, che sporca le anime, l’economia e l’ambiente. Sta tutta qui, in questi termini, questa storia di ordinaria corruttela amministrativa che, vale la pena ricordarlo per quello che cercheremo di mettere in evidenza, è in primo luogo un abuso di potere a fini privati da parte di funzionari e rappresentanti politici che, in termini pratici, porta a una distorsione del mercato pubblico. Anche se – meglio dirlo subito a scanso di equivoci – lo scambio corruttivo ha bisogno di un ulteriore attore, il corruttore che induce (e spesso è indotto) a offrire tangenti o – come dicono i magistrati – altre “utilità” per ottenere quello che per via normale e soprattutto legale non potrebbe altrimenti ottenere. Non mancano le varianti, come le attenuanti in questa “confessione” di Alberto Di Nardi, giovane imprenditore campano che ha volato alto e si è bruciato le ali al sole abbagliante e seducente della corruzione, prima delegata – sopportata? Esorcizzata? – e poi praticata direttamente e coscientemente come unico strumento individuato per far crescere la propria impresa nel mercato pubblico, nel quale aveva a che fare non solo con una concorrenza plasticamente criminale in un’area a forte concentrazione malavitosa, ma anche con intermediari, funzionari e politici famelici. Nella sostanza, però, il rapporto corrotto-corruttore, cancro della nostra società, è quello che conosciamo da sempre, quello che è entrato nelle discussioni da bar dopo le vicende di Tangentopoli e ha portato alla crisi della politica.

Lasciamo all’analisi dei sociologi e dei criminologi, ai quali Di Nardi con queste sue “confessioni” consegna materiale di estrema qualità, il compito di classificare la vicenda. Di stabilire se – seguendo le distinzioni dello studioso tedesco Johann Graf Lambsdorff – va inserita tra quelle di matrice economica, quindi frutto di un calcolo razionale (in verità dal racconto a noi non sembra così), oppure tra quelle di matrice socioculturale, come potrebbe pure essere visto che l’autore-corruttore ha ben presenti e ben stampate in testa le norme etiche e quei valori che avrebbero dovuto impedirgli di violare la legge e che, dopo lo scoppio della vicenda e l’arresto, gli hanno procurato un disagio psicologico di cui con questo libro si vergogna e si pente pubblicamente.

Nella storia raccontata ci sono elementi tali da spingere a ritenere che le cosiddette “dinamiche interne nelle reti di corruzione” costituiscano una variabile utile a spiegare e comprendere come informali “strutture di governo” e meccanismi garanti di transazioni corrotte, in determinati contesti politico-amministrativi – come può ritenersi il Casertano o il Maddalonese in particolare, e in generale tutto il Paese – alimentino gli scambi occulti e i patti illeciti.

L’evoluzione della corruzione in Italia, nonostante la stagione di Mani pulite, si è rivelata incontrollabile. Le cronache quotidianamente raccontano storie di sindaci ladri e imprenditori rapaci. È lo spaccato che Di Nardi ci consegna; l’autore fa della vicenda che lo ha coinvolto e travolto un caso scolastico su cui riflettere, perché – ci spiega – è dal di dentro, dall’interno del “sistema” che, pur partendo da solidi principi, si può deviare dalla retta via nella cosciente convinzione che tanto “così fan tutti” e che non esistono altre forme per navigare nel mare in tempesta di un’economia a interessi illegali, proprio da parte di chi avrebbe il compito di garantire legalità.
Il contesto e le dinamiche, insomma, forniscono al corruttore comodi alibi, tipo quello di dover salvare la propria azienda e con essa il posto di lavoro dei suoi dipendenti. «Mi vergogno e mi pento», scrive però Di Nardi che – nonostante principi etici di tradizione familiare e solida preparazione culturale e professionale – si è fatto avviluppare nel pappice della sua stessa tela, spinto nel burrone da un innominato “direttore”, un classico faccendiere-mediatore che si muoveva come una serpe cervinara in quella melmosa marca di confine esistente tra politica, pubblica amministrazione, affari e camorra.

Che libro strano è questo di Di Nardi, un libro che forse non ti aspetti ed è difficile da catalogare in un genere ben preciso. È un saggio? Forse. È narrativa? Forse. Gli argomenti trattati appartengono alla prima categoria. Il modo di raccontarli, la “tecnica” è narrativa, ché Di Nardi non si limita, infatti, a percorrere gli eventi con la freddezza di un atto giudiziario ma ci mette cuore e passione, sente la necessità di far conoscere la propria verità che non è detto debba essere considerata assoluta. Ma, d’altra parte, c’è qualcuno in grado di scrivere una verità assoluta, che sia anche un giornalista o un magistrato? Quest’ultimo potrà arrivare a una verità giudiziaria. E il giornalista – diceva Padre Pio – non la racconta manco per sbaglio. Non la racconta perché non può “tecnicamente” farlo, perché, come in questo caso fa Di Nardi, che giornalista non è ma è protagonista, la verità è sempre una visione di parte degli eventi, letti con le proprie lenti, scritti secondo la propria visuale, filtrati dalla propria cultura e pure dalle proprie emozioni.

Meglio una verità crocifissa, tuttavia. Per cui questo saggio-racconto-testimonianza va accettato per quello che è, che si propone per una lettura della società – più che di un fatto come quello che ha riguardato l’autore – nel modo in cui può essere consentito pure a un narratore. Si possono anche non condividere alcune analisi politico-sociali e sociolegali che Di Nardi presenta, possono provocare mal di pancia o addirittura ripugnanza alcune scelte e alcune vicende narrate, ma alla resa dei conti ci si accorge che in queste pagine c’è una traiettoria umana e politica che porterà il protagonista ad abbandonare la retta via e c’è l’umanità dolente di un giovane imprenditore ornato di titoli e di successi che tenta il ritorno nella propria terra amara e fra tanti subisce il richiamo delle sirene della corruzione come metodo per superare ostacoli artificiali frapposti da politica e criminalità e cerca adesso, anche con queste pagine, la sua catarsi.

Non è male come denuncia (o autodenuncia) dell’affarismo sporco, non è male – anzi è pregevole – come storia di sentimenti e di speranza. La speranza, scriveva Pablo Neruda, ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose che, in questo caso, può appartenere al lettore, il coraggio per cambiarle che Di Nardi fa intravedere con parole riconvertite all’etica e alla legalità..

Il corruttore

Romanzo
di Alberto Di Nardi

Una sorta di pubblica denuncia di un corruttore reo confesso.
Una testimonianza che scuoterà molte coscienze della politica e della società civile di fronte alle proprie responsabilità morali, prima ancora che giudiziarie.

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